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Aspettando #Venezia83: tutto sulla prossima Mostra del Cinema di Venezia

Aspettando #Venezia83: tutto sulla prossima Mostra del Cinema di Venezia

Colin Farrel ph Rossana Viola – Mostra del Cinema #Venezia79

L’Europa e l’Asia riempiono il red carpet dove mancano le grandi major americane, una regista su venti è in gara, sette ore di Guadagnino su Bertolucci e il primo documentario italiano firmato dall’AI: #Venezia83 riscrive le regole del festival più antico del mondo

La Mostra del Cinema di Venezia con il numero 83 apre il 2 settembre 2026 al Lido e si chiude undici giorni dopo, con 88 film scelti tra 4.740 titoli arrivati da 62 paesi.

Nel comunicato stampa di presentazione del programma, il Direttore Alberto Barbera si affida a una frase di Slavoj Žižek, il filosofo protagonista di uno dei film in cartellone – The Pervert’s Guide to Utopias di Sophie Fiennes – per raccontare che cosa il cinema può ancora fare oggi: «Penso che il ruolo di Hollywood, o del cinema in generale, sia sempre stato quello di mettere in luce quei presupposti utopici che non percepiamo chiaramente nella nostra vita quotidiana. Se degli alieni dovessero visitare la nostra Terra e per caso mi chiedessero: “Potresti spiegarci cos’è l’umanità?”, non risponderei loro: “Andate in giro a dare un’occhiata”, ma griderei: “Guardate questi, questi, questi film e ci capirete”».

Capiamo innanzitutto che l’intelligenza artificiale entra ufficialmente nel programma attraverso Be Brave, il documentario fuori concorso di Francesco Carrozzini dedicato al papà della Diesel, Renzo Rosso.

JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Mostra del Cinema 2024 – ph. Igor Serdyukov
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Mostra del Cinema 2024 – ph. Igor Serdyukov

Annata magra per i fan delle star di Hollywood, che al red carpet non vedranno sfilare il cast di Digger con Tom Cruise, del sequel di The Social Network firmato Aaron Sorkin, né del nuovo film di David Fincher con la sceneggiatura di Quentin Tarantino e protagonista Brad Pitt in The Adventures of Cliff Booth, tutti fermi per ritardi di produzione. Tra i più attesi e per la prima volta alla Mostra, Robert Pattinson, il bel Cedric Diggory de Il Calice di Fuoco nella saga di Harry Potter, oggi affermato attore e idolo di teen e non solo, da poco sul grande schermo nel ruolo dello spietato Antinoo, il più arrogante dei pretendenti di Penelope, nella trend topic e discussa Odissea di Christopher Nolan. A Venezia arriva per Primetime di Lance Oppenheim, prima incursione nella fiction per il regista dei documentari Ren Faire e Some Kind of Heaven: Pattinson veste i panni di Chris Hansen, il giornalista che nel 2004 lanciò To Catch a Predator, un segmento televisivo di Dateline NBC che attirava davanti alle telecamere adulti sospettati di cercare incontri sessuali con minorenni.

Guidano la squadra italiana Pierfrancesco Favino, che chiude la Mostra fuori concorso con Dio ride di Giovanni Veronesi, e Nanni Moretti, che torna in laguna dopo 37 anni con Succederà questa notte, interpretato da Louis Garrel e Jasmine Trinca: era assente dal 1989, l’anno di Palombella rossa, mentre in concorso mancava addirittura dal 1981, quando Sogni d’oro vinse il Leone d’argento. Con lui in gara per il Leone d’Oro al miglior film – premio che manca per l’Italia dal 2013 – ci sono altri quattro italiani: Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires, Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro, Andrea Pallaoro con The Echo Chamber e Paolo Strippoli con L’estranea.

Da segnalare anche il debutto alla regia di Anna Foglietta in gara a Orizzonti con Una storia: la crisi di una coppia dopo che la figlia lascia la casa per l’università, con protagonista Alba Rohrwacher, doppiamente presente quest’anno nel film in concorso, Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, accanto a Vincent Lindon.

Tra i cast internazionali sono annunciati: la coppia Penélope Cruz e Javier Bardem in Bunker di Florian Zeller, affiancati da Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger. Nick Nolte è il protagonista di Company diretto da Casey Affleck, e Werner Herzog riunisce per Bucking Fastard le sorelle Kate e Rooney Mara, Orlando Bloom e Domhnall Gleeson.

L’amatissimo George Clooney, che a Venezia porta avanti un legame lungo quasi trent’anni, dal debutto nel 1998 con Out of Sight di Steven Soderbergh accanto a Jennifer Lopez, quest’anno arriva per ritirare il Leone d’Oro alla carriera assieme all’attrice Ellen Burstyn. Un premio che arriva con un tempismo quasi scritto: nel 2025 Clooney era presente con Jay Kelly di Noah Baumbach, nei panni di una star del cinema alle prese con l’avvicinarsi di un premio alla carriera in un festival italiano.

Mentre l’attrice che conosciamo per L’ultimo spettacolo, L’esorcista e per l’Oscar vinto nel 1975 con Alice non abita più qui di Martin Scorsese, arriva anche come interprete di Flesh Impact, cortometraggio diretto da Maggie Gyllenhaal, Presidente della giuria 2026, nei panni di una versione anziana di Marilyn Monroe. Con lei Dakota Johnson, che interpreta la diva giovane al centro della fama e dei riflettori.

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George Clooney e Amal ph. Rossana Viola
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Settimo Cannatella per Venezia78 Guadagnino e Johnson

Tra i venti titoli in concorso per la statuetta del leone alato, una sola regista firma un film, la danese di origini egiziane May el-Toukhy, con la sua opera Woman Unknown: un dramma psicologico su un oscuro segreto legato al passato di una donna che minaccia di distruggere la sua nuova e fragile stabilità.

Arianna Finos, su La Repubblica, racconta un dato che accende un dibattito oltre i confini di Venezia: le opere proposte da autrici scendono quest’anno dal 30 al 24 per cento, dando spazio a Emma Dante, la quale nota che i cinque film italiani in concorso restano firmati tutti da uomini e si chiede perché La ragazza con la Leica di Alina Marazzi sia finito in Orizzonti e non in concorso, e a Piera Detassis, presidente e direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano, che segnala la stessa dinamica ai David di Donatello: quattro candidature su cinque al miglior esordio erano di registe, la cinquina per miglior film e miglior regia le esclude entrambe. Per Detassis il talento c’è già: manca l’accesso ai finanziamenti, la condizione che permette alle autrici di arrivare a un secondo o un terzo film.

Altri numeri fanno parlare di Venezia 83. Barbera ci rassicura che staremo inchiodati sulle poltrone per Luca Guadagnino, che dedica sette ore e quindici minuti a Bernardo Bertolucci con Joie de vivre, fuori concorso. Il documentario, ha spiegato, non è un’analisi di tutti i film di Bertolucci, “sennò sarebbe durato quattordici ore“, ma di molti di essi, condotta da Guadagnino insieme ad amici, colleghi registi e critici. Un modo “per fare di Bernardo Bertolucci la cartina di tornasole per capire cos’è il cinema, cos’è stato, cos’è il cinema moderno, e in ultima analisi cos’è la critica“.

Gli esercizi di ginnastica oculare si alleggeriscono di qualche ora con i film: Dau di Ilya Khrzhanovsky, sul fisico Lev Landau, in concorso, di 210 minuti; Musk di Alex Gibney, 232 minuti, il documentario iniziato nel 2023 quando Elon Musk era “solo” l’uomo più ricco del mondo, arriva a Venezia nei giorni in cui SpaceX lo consacra primo trilionario della storia e Biografía de Jorge Luis Borges il fuori concorso di Mariano Llinás, biografia dello scrittore argentino da 330 minuti.

Per un approfondimento in più, proprio a Borges è dedicato un giardino in città: il Labirinto Borges della Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, realizzato nel 2011 dall’architetto Randoll Coate e riaperto recentemente al pubblico dopo un restauro conservativo. In quest’isola affacciata al Bacino di San Marco, è interessante ricordare che dall’1 al 30 settembre è in mostra Homo Faber, una tra le più importanti manifestazioni al mondo sull’alto artigianato diretta quest’anno da Es Devlin (due anni fa era stata affidata a Luca Guadagnino, insieme all’architetto Nicolò Rosmarini).

Alle maratone di visione, Manuele Fior – la firma del manifesto ufficiale – risponde con un fotogramma: fenicotteri rosa in fila indiana sul Lido di notte, un faro da set puntato addosso, diretti verso la Sala Grande. È la dedica all’amica Roberta Novielli, che dirigeva il Ca’ Foscari Short Film Festival.

Poi, ci sono gli appassionati, i giornalisti, gli aficionados e i professionisti del settore presenti come ogni anno, nel rituale alienante e affascinante che diventa anche un modo diverso di vivere la città, catapultati in un mondo a parte: corse al risveglio del sole verso vaporetti stipati per le prime proiezioni, notti ridotte al minimo della sopravvivenza biologica per scrivere e selezionare le foto degli articoli, il muro umano da cui sbirciare il red carpet per vedere dal vivo gli attori, i pranzi con panini da autogrill, le chiacchiere animate con gli amici, e ogni tanto la quiete da biblioteca dove rifocillarsi in sala stampa. È così… Lido, ci vediamo a settembre!

 

Informazioni utili

L’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica si svolge al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre 2026.

JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Manifesto ufficiale di #Venezia83
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Maggie Gyllenhaal Photocall THE LOST DAUGHTER 2021 courtesy of La Biennale di Venezia

La Fondazione Bonotto tesse la laguna di Venezia

La Fondazione Bonotto tesse la laguna di Venezia

Un arazzo interattivo di oltre sei metri realizzato con plastica riciclata e fibra ottica rappresenta la laguna di Venezia e il suo delicato ecosistema: è We Are Bodies of Water della Fondazione Bonotto a Palazzo Ducale

Parte della mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari a Palazzo Ducale, fino al 29 settembre, l’installazione We Are Bodies of Water documenta il delicato ecosistema lagunare attraverso il progetto di Giovanni Bonotto, imprenditore tessile che con la Fabbrica Lenta unisce manifattura artigiana, ricerca scientifica e arte contemporanea.

Per gli Etruschi e i Veneti, mari, fiumi e sorgenti erano luoghi di contatto con il divino: depositavano bronzi e offerte dove l’acqua calda affiorava dalla terra, gesto per invocare cura del corpo e ascolto della preghiera. La Fondazione Bonotto riattiva quel gesto come testimonianza contemporanea del rapporto tra acqua, ecosistema e azione umana.

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Ritratto di Giovanni Bonotto – ph. Susanna Pozzoli
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Bonotto – We Are Bodies of Water – ph. Lorenzo Cinotti

Un arazzo che respira

Nella Sala Scudieri dell’Appartamento del Doge, un arazzo monumentale di 6,5 x 1,9 m unisce filati di plastica riciclata da scarti industriali e fibra ottica e, attraverso luce e suono, racconta la flora e la fauna della laguna veneziana. La scritta “We are bodies of water” appare e scompare sulla superficie a cadenze ritmate, prodotta dall’intreccio dei filati con la fibra ottica sviluppata da Tommaso Galbersanini di DreamLux con un software progettato per spostare l’attenzione del visitatore dal dettaglio naturalistico al tema centrale dell’installazione.

Giovanni Fontana, poeta e performer tra i riferimenti internazionali della poesia sonora, firma la traccia audio: nomi scientifici di specie lagunari si alternano a dati sull’ecosistema veneziano in una composizione che Valerio Murat elabora elettroacusticamente. La sala risponde ai movimenti del visitatore – il passo, la sosta, lo spostamento – e la composizione cambia in tempo reale. I dati sulle specie presenti in laguna, quelle scomparse e quelle a rischio portano la firma di Luca Mizzan, responsabile del Museo di Storia Naturale di Venezia.

Erbario e bestiario del passato, medium del presente

Il disegno dell’arazzo è di Florentina Isac e Marco Bianchini, che costruiscono un erbario e bestiario contemporaneo ispirandosi a due fonti storiche: la Descrizione de’ pesci, de’ crostacei e de’ testacei che abitano le Lagune e il Golfo Veneto di Stefano Chiereghin – opera del Settecento conservata alla Biblioteca Marciana in 12 volumi manoscritti dove sono catalogate 744 specie raccolte in quarant’anni di ricerca, disegnate a chiaroscuro e colorate con pigmenti estratti direttamente dagli animali – e il Trattato de semplici pietre e pesci marini di Antonio Donati Farmacopeo, uno dei primi testi illustrati sulla fauna marina adriatica.

We Are Bodies of Water è inserito nel progetto A-Collection, ideato da Giovanni Bonotto con la curatrice Chiara Casarin, che connette residenze artistiche e manifattura tessile per fare della produzione artigiana un atto culturale contemporaneo.

JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Opera di JR al Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella

La Fabbrica Lenta alla Biennale Arte 2026

Durante la Biennale Arte 2026, la Fabbrica Lenta è protagonista anche al Venice Venice Hotel di Golden Goose sul Canal Grande, dove un arazzo di 4,30 x 7,80 m, realizzato con filati di plastica riciclata, lana vergine, cotone biologico e carta washi, accompagna Il Gesto di JR. L’artista francese, lo stesso che all’after-party degli Oscar 2025 aveva trasformato i volti delle star in grandi stampe in bianco e nero, reinterpreta Le Nozze di Cana di Paolo Veronese del 1563 sostituendo le figure bibliche con i 174 volti reali degli ospiti e dei volontari di Refettorio Paris, il progetto di ristorazione solidale di Massimo Bottura.

 

Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari

fino al 29 settembre 2026
Palazzo Ducale, San Marco 1, Venezia
Arazzo: We Are Bodies of Water
Sala Scudieri, Appartamento del Doge

C’è sempre più moda alla Biennale Arte di Venezia 2026

C’è sempre più moda alla Biennale Arte di Venezia 2026

Dalla facciata di Palazzo Ducale al Canal Grande, passando per i palazzi più belli della città: alla Biennale Arte 2026 la moda è sempre più protagonista.

La moda è sempre più presente in Biennale, con un ruolo che va ben oltre la sponsorizzazione dei singoli padiglioni. Basta ripercorrere le ultime edizioni: Valentino main sponsor del Padiglione Italia nel 2022, Tod’s nel 2024, Dior con la cena di gala al Teatro La Fenice per il restauro della Galleria Giorgio Franchetti – Ca’ d’Oro.

Quest’anno il passo più significativo è stato quello di Bulgari come partner esclusivo della Biennale fino al 2030, esponendo con un proprio padiglione ai Giardini dedicato all’artista canadese Lotus L. Kang, una mostra alla Biblioteca Nazionale Marciana con Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda, e un video mapping sulla facciata di Palazzo Ducale.
Swatch, partner storico della Biennale Arte per oltre quindici anni, porta Flora Fantastica nella Serra dei Giardini Reali con le opere di cinque artisti in residenza allo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, in linea con il tema In Minor Keys.

Bottega Veneta ha invece trasformato la facciata della banca a Palazzo Nervi-Scattolin in Campo Manin in un cinema all’aperto, proiettando le opere di Kandis Williams, Meriem Bennani e Tai Shani.

JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Bonotto – We Are Bodies of Water – ph. Lorenzo Cinotti
Fonte Bottega Veneta a Venezia 2026

Alla Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina, Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, curata da Nancy Spector, mette per la prima volta a confronto le pratiche dei due artisti: entrambi lavorano attraverso l’appropriazione di immagini della cultura popolare americana – film, fumetti, post sui social, copertine di dischi – per rivelare miti, ossessioni e contraddizioni degli Stati Uniti contemporanei.

A Palazzo Grimani, la prima mostra personale in Italia di Amoako Boafo si intitola It Doesn’t Have to Always Make Sense. L’artista ghanese espone ritratti realizzati lavorando il pigmento direttamente con le dita: una tecnica che Kim Jones aveva già portato dentro gli atelier di Dior nel 2021, riproducendola in ricami e jacquard per la collezione uomo primavera-estate.

Nella via dello shopping di Calle Larga XXII Marzo, la boutique di Pomellato ha presentato la collezione di ceramiche di Mutina: vasi dalle forme morbide ed essenziali, nei colori caldi del gioiello italiano. Due brand del lusso che scelgono la Biennale per un’operazione culturale oltre che commerciale. E nelle vicinanze di Piazza San Marco, in occasione della Biennale Arte 2026 l’Espace Louis Vuitton presenta DOKU The Illusion – quarto capitolo della serie DOKU – un’installazione immersiva di Lu Yang. Tra filosofia buddhista, anime e videogiochi lo spazio diventa un santuario cibernetico, dove il protagonista è un avatar costruito sul volto dell’artista, che attraversa paesaggi generati dall’AI sullo sfondo della penisola giapponese di Izu.

Il Venice Venice Hotel di proprietà di Golden Goose sul Canal Grande porta Il Gesto di JR, l’artista francese – lo stesso che all’after-party degli Oscar 2025 aveva trasformato i volti delle star in grandi stampe in bianco e nero – ha coperto buona parte della facciata di Palazzo Ca’ da Mosto con un grande murales. Partendo dalle Nozze di Cana di Paolo Veronese del 1563, ha sostituito le figure bibliche del banchetto con 176 volti reali: ospiti e volontari della comunità di Refettorio Paris, un progetto di ristorazione solidale fondato dallo chef Massimo Bottura. All’interno, un arazzo monumentale di 4,30 per 7,80 m realizzato dalla Fabbrica Lenta di Giovanni Bonotto con filati di plastica riciclata, lana vergine, cotone biologico e carta washi.

La Fondazione Bonotto è a Venezia anche a Palazzo Ducale come parte della mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, visitabile fino al 29 settembre, con un grande arazzo di 6,5×1,9 m tessuto con filati ottenuti da plastiche di rifiuti industriali e fibre ottiche e si intitola We Are Bodies of Water.

JR Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella
Opera di JR al Venice Venice Hotel ph. Settimo Cannatella

Ci sono le new entry dei colossi a Venezia come le fondazioni culturali che occupano meravigliosi palazzi sul Canal Grande e trasformano dimore private in centri per la condivisione e il networking. Ultimo tra questi è la fondazione dello stilista belga Dries Van Noten, che dopo trentotto anni alla guida del suo omonimo brand di moda, si è regalato il “pensionamento” a Palazzo Pisani Moretta con un’incredibile mostra The Only True Protest Is Beauty.

Oltre duecento opere di moda, gioiello, vetro, ceramica, scultura, fotografia, inserite negli spazi affrescati da Tiepolo, Guarana, Diziani e affiancate agli abiti di Christian Lacroix e Comme des Garçons, e le fotografie di grande formato dell’artista canadese Steven Shearer.

La Biennale di Venezia porta nuove fondazioni in città

La Biennale di Venezia porta nuove fondazioni in città

Venezia si conferma la capitale mondiale dell’arte contemporanea, e ogni Biennale aggiunge un nuovo capitolo: Pinault, Prada, Berggruen, Kapoor, Sandretto, Fiorucci con l’ultima ad aggiungersi nella lista: la Fondazione Dries Van Noten a Palazzo Pisani Moretta.

Si chiamano Pinault, Berggruen, Guillon, Mikhelson… Collezionisti miliardari che acquistano pezzetti di antichi e meravigliosi spazi veneziani per trasformali in centri della bellezza e della cultura.

Dalla Fondazione Guggenheim, Fondazione Pinault con Palazzo Grassi e Punta della Dogana, Fondazione Prada, Querini Stampalia alla Bevilacqua La Masa, si sono aggiunte negli ultimi anni l’Anish Kapoor Foundation a Palazzo Manfrin – palazzo cinquecentesco di Cannaregio aperto al pubblico per la seconda volta con una mostra che attraversa cinquant’anni di ricerca tra studi di architettura, modellini e scultura – e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo all’isola di San Giacomo in Paludo. A Palazzo Diedo si è insediata Berggruen Arts & Culture, diretta da Mario Codognato, con un programma di residenze d’artista e mostre internazionali. La Fondazione Fiorucci ha scelto Venezia per la sua sede europea.

Sarà una coincidenza ma ogni Biennale porta nuovi arrivi e questa volta, con un po’ di anticipo, è stato il turno di Dries Van Noten, lo stilista belga che per trentotto anni ha guidato il suo omonimo brand, uno dei grandi nomi della haute couture internazionale, oggi nelle mani del Gruppo Puig di Barcellona e come successore alla direzione creativa, Haider Ackermann.

Nel giorno del patrono veneziano (il 25 aprile), lo splendido palazzo sul Canal Grande Palazzo Pisani Moretta ha aperto le porte della Fondazione – creata da Dries Van Noten e Patrick Vangheluwe – con la mostra The Only True Protest Is Beauty.

All’opening, Van Noten ha spiegato il senso di questa scelta: “L’artigianato mi ha dato così tanto che per me ora è necessario restituire, e mostrare alle persone la sua importanza, specialmente in questi tempi dell’AI. Volevo mostrare che la creatività, le cose che sono fatte con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo cervello, sono più importanti delle cose fatte con il computer.

Il percorso si sviluppa in venti stanze con oltre duecento opere – moda, gioiello, vetro, ceramica, scultura, fotografia – inseriti negli spazi affrescati da Tiepolo, Guarana, Diziani. La presenza degli abiti di Christian Lacroix e Comme des Garçons crea un percorso temporale e la luce diventa l’elemento coinvolgente e immerso, grazie all’intervento del light artist marionanni.

Incredibili i gioielli Memento Mori di Codognato, storica maison veneziana cara ad Andy Warhol e Coco Chanel e le composizioni scultoree di Ann Carrington con posate in argento e metallo riutilizzate, cucchiai e forchette trasformati in forme organiche. Nella sala Bending Light è protagonista un tavolo monumentale in vetro realizzato su commissione da Wave Murano Glass con Armand Louis. L’artista Misha Kahn espone Dusk’s Reveled Whisps (2023): una silhouette ondeggiante tessuta a mano di un orologio totemico inserito nello spazio della sala Part and Whole con l’opera strutturale di Peter Buggenhout. I vasi in vetro trasparente di Ritsue Mishima – presente anche a Palazzo Pisani Santa Marina con Ethnography of the Body and Material e altri nove artisti-artigiani giapponesi – e i fiori iperrealisti in vetro di Murano di Lilla Tabasso, la biologa milanese che da autodidatta ha imparato la tecnica a lume fino a vincere il Premio Fondazione di Venezia per The Venice Glass Week 2024.

Il bookshop chiude il percorso come spazio di approfondimento sensoriale filosofia della mostra con: libri, quaderni, profumi, vasi in vetro di Wave Murano Glass disegnati per Van Noten e gli animali di cartapesta dell’artigiana Sofia Sarria di Atelier Volante, già più volte partecipe di Atelier Aperti, il progetto a cura di Venezia da Vivere sull’eccellenza artigiana veneziana.

Hans Ulrich Obrist, un curatore su più fronti a Venezia per la Biennale Arte 2026

Hans Ulrich Obrist, un curatore su più fronti a Venezia per la Biennale Arte 2026

Hans Ulrich Obrist è tra i curatori più influenti dell’arte contemporanea ed è anche quello più presente alla Biennale Arte 2026 con tre progetti in simultanea

Hans Ulrich Obrist, direttore artistico delle Serpentine Galleries di Londra e tra i curatori più influenti dell’arte contemporanea, è la presenza trasversale di questa Biennale.

Il Padiglione della Santa Sede, L’orecchio è l’occhio dell’anima, curato insieme a Ben Vickers, si sviluppa in due sedi veneziane: il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello. Un’installazione sonora immersiva ispirata a Ildegarda di Bingen, con lavori di Brian Eno, Patti Smith, FKA Twigs, Jim Jarmusch, Meredith Monk e altri venti artisti, da ascoltare in cuffie individuali. Patti Smith ha inaugurato con Sonic Prayer nella Chiesa degli Scalzi a inviti.

A Palazzo Diedo a Cannaregio, cura con Mat Dryhurst, Holly Herndon e Adriana Rispoli Strange Rules: una mostra che introduce il concetto del Protocol Art sulle regole invisibili che governano la cultura digitale – algoritmi, AI e web – trasformandole da strumenti in soggetto. Trevor Paglen porta Voyager, un’installazione in cui script audio ipnotici, sensori del polso e software di biofeedback ascoltano le conversazioni fisiche del visitatore e ne selezionano i percorsi narrativi. Philippe Parreno firma una commissione permanente: due cavi elettrificati tesi sul soffitto sostengono una struttura mobile di luci LED che reagiscono ai suoni della stanza, trasformando l’ambiente in qualcosa di vivo.

In qualche maniera Obrist è collegato anche alla mostra all’Espace Louis Vuitton, perchè nel 2022 aveva curato WORLDBUILDING alla Julia Stoschek Foundation e tra gli artisti c’era Lu Yang, che in occasione della Biennale Arte 2026 presenta DOKU The Illusion, il quarto capitolo della serie DOKU. Un’installazione video tra filosofia buddhista, anime e videogiochi che trasforma lo spazio in un santuario cibernetico, a metà tra una cappella e un rifugio futuristico, dove l’avatar, costruito sul volto dell’artista, attraversa paesaggi generati dall’AI sullo sfondo della penisola giapponese di Izu.

Obrist firma anche Fanfare/Lament di Matt Copson all’isola di San Giacomo in Paludo, terza e nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, tra Murano e Burano: acquistata nel 2018 e trasformata dopo anni di importanti lavori conservativi in un laboratorio di arte e sostenibilità. Un’opera multidimensionale che nasce dalla relazione dell’artista con l’isola e con la natura del luogo, progettando sculture volanti (aquiloni) che sventolano sopra le ex polveriere napoleoniche: sono degli occhi senza corpo, che guardano il pubblico dall’alto, e una forma cava e indefinita molto grande nera.

Sui prati sono collocate opere permanenti di Goshka Macuga, Pamela Rosenkranz, Hugh Hayden, Claire Fontaine, Thomas Schütte.

Uno degli spazi residenziali del complesso porta la firma dello Studio Luca Guadagnino: interni essenziali e cornici alle finestre rifinite in foglia d’oro. Regista già presente a Venezia con la sua creatività, nel 2024 aveva curato Homo Faber, la rassegna internazionale dedicata all’alto artigianato alla Fondazione Giorgio Cini sull’isola di San Giorgio Maggiore, che per la quarta edizione passa il testimone all’artista e designer britannica Es Devlin – la stessa che ha firmato i live show di Beyoncé, U2 e Lady Gaga – e trasformerà l’isola di fronte a San Marco in An Island of Light: quindici installazioni immersive costruite attorno al lavoro di centinaia di maestri artigiani da tutto il mondo, dall’1 al 30 settembre 2026.

La Biennale Arte 2026 nei giorni di vernice

La Biennale Arte 2026 nei giorni di vernice

Venezia è la capitale mondiale dell’arte contemporanea. Lo dimostra la vernice della Biennale Arte 2026: un caleidoscopio di eventi in tutta la città tra mostre, padiglioni, performance, installazioni e feste private, per un’edizione che si intitola In Minor Keys e che, in mezzo a tutto questo, chiede di rallentare.

Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison di María Magdalena Campos-Pons è l’omaggio alla curatrice camerunese Koyo Kouoh, esposto nel Padiglione Centrale dei Giardini, appena restaurato: otto pannelli verticali con i ritratti di Kouoh e Morrison immersi in una foresta di magnolia in fiore – foglie, boccioli, rami che crescono attorno alle due figure vestite di nero, i piedi trasformati in zampe di uccello – e al centro, su un piedistallo bianco, una scultura rossa luminosa a forma di fiore di magnolia esploso, con i petali che si aprono verso l’alto. Le sculture in resina a forma di magnolia (fiore del Sud degli Stati Uniti, simbolo biografico e culturale dell’artista cubana) completano l’installazione, con il paesaggio sonoro di Kamaal Malak. Campos-Pons mette in relazione due donne che non si sono mai incontrate: una la prima donna africana a curare la Biennale Arte di Venezia, l’altra la prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura.

Kouoh aveva costruito tutto il progetto – selezionato gli artisti, scritto il testo curatoriale, definito l’allestimento – ed è scomparsa improvvisamente nel maggio 2025, prima della presentazione ufficiale. Il suo team ha portato avanti il lavoro esattamente come lei lo aveva lasciato.

La sua eredità curatoriale è una Biennale che premia chi rallenta, si ferma e respira. Un invito a sintonizzarsi sulle tonalità minori (In Minor Keys appunto): quelle che non gridano, non restano in superficie, ma richiedono tempo, lo stesso tempo utile per leggere le didascalie, i testi dell’artista, le spiegazioni accanto alle opere. Senza, molte cose restano mute.

Carlo Ratti, alla sua Biennale Architettura (2025), aveva trovato una soluzione elegante: didascalie accorciate con l’intelligenza artificiale, rese molto facili e di breve lettura, pensate per chi aveva cinque minuti come cinquanta. In questa edizione uno strumento simile sarebbe stato utile. Personalmente la soluzione più pratica è stata chiacchierare con i ragazzi dello staff dotati della spilla “ask me”: preparati, capaci di spiegare senza banalizzare, in grado di trasformare la sosta in un piacevole momento di apprendimento.

Il corpo come soggetto e oggetto

Dalla esagerata folla di accreditati, decisamente fuori scala rispetto alle edizioni precedenti (difficile visitare con calma, difficile lavorare), si è sommato il rumore di fondo della questione Russia con la scelta del Presidente Buttafuoco di riammettere il padiglione russo, generando contestazioni ministeriali e di piazza, con la giuria che si è dimessa in blocco e i Leoni d’Oro trasformati in un televoto popolare.

Come le Guerrilla Girls nel 1985, seppur per altri motivi, le Pussy Riot si sono presentate a petto nudo con maschere fucsia davanti al padiglione della Russia, mettendo il corpo femminile nudo come gesto socio-politico dichiarato.

Il corpo, associato all’acqua come soggetto e simbolo dell’ecosistema in crisi, è affrontato dall’austriaca Florentina Holzinger che rappresenta il suo Paese con SeaWorld Venice, curato da Nora-Swantje Almes. La performance più discussa e instagrammabile (visibile già dall’esterno) è quella della campana di bronzo: allo scoccare di ogni ora, una donna nuda funge da battacchio: il suo corpo come strumento d’allarme contro il cambiamento climatico. Proprio in quei giorni l’account Instagram di Holzinger è stato temporaneamente sospeso da Meta per la censura automatica dei corpi senza veli. L’ironia è tutta nel post pubblicato da @artnotnet: “The algorithm was not curatorially prepared for Venice.”

Mi ci sono volute due ore e mezza di coda sotto il sole per entrare nel padiglione, che funziona contemporaneamente come parco acquatico, impianto di depurazione delle acque reflue ed edificio sacro, rendendo visibile quello che normalmente si tiene fuori dalla vista.

Entrando sulla destra tre donne di età diverse inscenano una deposizione di Cristo al femminile, arrampicandosi su una gigantesca banderuola rotante; sulla sinistra una performer nuda guida una moto d’acqua in circolo, bagnando le persone tra il divertito e il terrorizzato. Dietro all’edificio c’è un cortile con due bagni chimici utilizzabili dal pubblico, collegati a una vasca dove una donna fluttua silenziosa, immersa nell’acqua filtrata dai fluidi corporei dei visitatori stessi. Uno spazio vetrato sulla sinistra presenta dei tubi impazziti che spruzzano liquidi marrone sulle performer. La scena è cruda, difficile da guardare, eppure guardare è l’unica cosa che si può fare. Vien voglia di intervenire, e allo stesso tempo quel qualcosa di marrone ti blocca.

È il territorio che Luis Buñuel aveva esplorato in Il fantasma della libertà (1974), rovesciando i tabù corporali fino a renderli irriconoscibili, e che Kubrick aveva toccato in Eyes Wide Shut con la sequenza in cui Nicole Kidman è in bagno proprio per restituire una naturalezza intima che non appartiene alla grammatica del cinema commerciale. Holzinger porta quella stessa logica dentro un padiglione della Biennale, e il pubblico resta lì, telefono in mano, a chiedersi se stia guardando o partecipando.

Il collegamento con il Padiglione Lussemburgo all’Arsenale è immediato: Aline Bouvy presenta La Merde, un saggio cinematografico femminista che affronta la vergogna come costrutto sociale attraverso la figura di un essere-escremento che attraversa diverse fasi della vita, incarnando ciò che la società tenta di reprimere.

Il tema del corpo e della cura si declina in modo diverso al Padiglione del Giappone, dove Ei Arakawa-Nash, padre di gemelli, dispone 208 bambole di circa 5-6 chili ciascuna: ogni visitatore ne prende in braccio una e la porta con sé attraverso il padiglione, cambiandole il pannolino prima di uscire. Un codice QR attiva una poesia legata alla data di nascita assegnata alla bambola. Quello che sembra un gesto tenero è anche una critica alla retorica della guerra: i bambini, scrive l’artista, sono tra le prime vittime dei conflitti.

La stessa urgenza sul corpo femminile è presente al Padiglione Centrale: Buhlebezwe Siwani espone Zanenkosi e Ilifa lakhe, sculture scolpite in sapone verde, colore immediatamente riconoscibile per ogni famiglia sudafricana a basso reddito. Quel materiale povero diventa il modo per parlare della donna incinta, la gravidanza come tempo considerato improduttivo nella società. L’antitesi con gli idoli preistorici della Collezione Ligabue, dove la maternità era venerata come forza vitale.

Quella stessa collezione ora visitabile, grazie alla Fondazione Giancarlo Ligabue che ha aperto al pubblico il Palazzo delle Arti e delle Culture, splendido Palazzo Erizzo sul Canal Grande, con Collecto: un percorso di oltre 400 opere che attraversa 4,5 miliardi di anni di storia umana: dal meteorite pallasite tra i più rari al mondo alle Veneri preistoriche, dalla biblioteca mesopotamica con 250 tra bassorilievi e tavolette cuneiformi a Leonardo da Vinci, Tiepolo e Guardi, fino agli artisti contemporanei Arcangelo Sassolino, Nico Vascellari, Giorgio Andreotta Calò e Vera Lutter.

Il corpo attraversa anche la Biennale Off con Transforming Energy alle Gallerie dell’Accademia che, con la curatela di Shai Baitel, festeggia gli ottant’anni di Marina Abramović, prima donna artista vivente a ricevere una grande mostra in questo museo. Negli spazi della collezione permanente e in quelli temporanei, le sue opere storiche come la Pietà (with Ulay) in dialogo diretto con la Pietà di Tiziano convivono con i Transitory Objects: strutture in pietra con cristalli di quarzo e ametista incastonati per attivare quella che Abramović chiama una trasmissione di energia. Il corpo del visitatore diventa parte dell’opera: ci si sdraia, ci si siede, ci si ferma in silenzio. Si esce leggeri, con la sensazione di aver dedicato del tempo a se stessi. Necessario, in quei giorni.

L’importante è esserci… 

C’è chi espone anche quando il proprio ministero rinuncia al padiglione. È quello che è successo a Gabrielle Goliath che, sebbene il suo video dedicato alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a Gaza nel 2023, fosse stato giudicato “altamente divisivo”, ha trovato spazio nella Chiesa di Sant’Antonin, a Castello, vicino all’Arsenale dove il padiglione ufficiale è rimasto chiuso.

E poi c’è chi sceglie Venezia durante la Biennale perché è il momento in cui il mondo guarda.

Dale Chihuly torna a Venezia trent’anni dopo Chihuly Over Venice con tre sculture in vetro alte fino a 9,5 m, tutte visibili dal Ponte dell’Accademia: la Gold Tower a Palazzo Franchetti, la Blue and Green Tower a Ca’ Balbi Valier, l’End of the Day Chandelier a Palazzo Querini alla Carità.

Solo nei giorni della vernice lo Studio DRIFT ha installato Shy Society sulla facciata di Palazzo Balbi: una costellazione cinetica di forme luminose in alluminio e LED sospese, che di notte sembravano meduse che pulsavano sull’acqua. E sempre in quei giorni, dall’isola di San Clemente, Chris Levine ha proiettato Higher Power: un raggio laser verde di derivazione militare riconvertita, abbastanza potente da essere stato rilevato dalla Stazione Spaziale Internazionale, visibile ogni sera con un messaggio scritto dall’artista sui social: “Make light, not war.”

Dentro e fuori la Biennale, in acqua e sui palazzi, nei padiglioni e nelle polveriere: tutto questo produce un effetto che Venezia sa generare come nessun’altra città al mondo: troppo da leggere per leggere tutto, abbastanza da capire che fermarsi vale sempre la pena.