Venezia è la capitale mondiale dell’arte contemporanea. Lo dimostra la vernice della Biennale Arte 2026: un caleidoscopio di eventi in tutta la città tra mostre, padiglioni, performance, installazioni e feste private, per un’edizione che si intitola In Minor Keys e che, in mezzo a tutto questo, chiede di rallentare.
Kouoh aveva costruito tutto il progetto – selezionato gli artisti, scritto il testo curatoriale, definito l’allestimento – ed è scomparsa improvvisamente nel maggio 2025, prima della presentazione ufficiale. Il suo team ha portato avanti il lavoro esattamente come lei lo aveva lasciato.
La sua eredità curatoriale è una Biennale che premia chi rallenta, si ferma e respira. Un invito a sintonizzarsi sulle tonalità minori (In Minor Keys appunto): quelle che non gridano, non restano in superficie, ma richiedono tempo, lo stesso tempo utile per leggere le didascalie, i testi dell’artista, le spiegazioni accanto alle opere. Senza, molte cose restano mute.
Carlo Ratti, alla sua Biennale Architettura (2025), aveva trovato una soluzione elegante: didascalie accorciate con l’intelligenza artificiale, rese molto facili e di breve lettura, pensate per chi aveva cinque minuti come cinquanta. In questa edizione uno strumento simile sarebbe stato utile. Personalmente la soluzione più pratica è stata chiacchierare con i ragazzi dello staff dotati della spilla “ask me”: preparati, capaci di spiegare senza banalizzare, in grado di trasformare la sosta in un piacevole momento di apprendimento.
Il corpo come soggetto e oggetto
Dalla esagerata folla di accreditati, decisamente fuori scala rispetto alle edizioni precedenti (difficile visitare con calma, difficile lavorare), si è sommato il rumore di fondo della questione Russia con la scelta del Presidente Buttafuoco di riammettere il padiglione russo, generando contestazioni ministeriali e di piazza, con la giuria che si è dimessa in blocco e i Leoni d’Oro trasformati in un televoto popolare.
Come le Guerrilla Girls nel 1985, seppur per altri motivi, le Pussy Riot si sono presentate a petto nudo con maschere fucsia davanti al padiglione della Russia, mettendo il corpo femminile nudo come gesto socio-politico dichiarato.
Il corpo, associato all’acqua come soggetto e simbolo dell’ecosistema in crisi, è affrontato dall’austriaca Florentina Holzinger che rappresenta il suo Paese con SeaWorld Venice, curato da Nora-Swantje Almes. La performance più discussa e instagrammabile (visibile già dall’esterno) è quella della campana di bronzo: allo scoccare di ogni ora, una donna nuda funge da battacchio: il suo corpo come strumento d’allarme contro il cambiamento climatico. Proprio in quei giorni l’account Instagram di Holzinger è stato temporaneamente sospeso da Meta per la censura automatica dei corpi senza veli. L’ironia è tutta nel post pubblicato da @artnotnet: “The algorithm was not curatorially prepared for Venice.”
Mi ci sono volute due ore e mezza di coda sotto il sole per entrare nel padiglione, che funziona contemporaneamente come parco acquatico, impianto di depurazione delle acque reflue ed edificio sacro, rendendo visibile quello che normalmente si tiene fuori dalla vista.
Entrando sulla destra tre donne di età diverse inscenano una deposizione di Cristo al femminile, arrampicandosi su una gigantesca banderuola rotante; sulla sinistra una performer nuda guida una moto d’acqua in circolo, bagnando le persone tra il divertito e il terrorizzato. Dietro all’edificio c’è un cortile con due bagni chimici utilizzabili dal pubblico, collegati a una vasca dove una donna fluttua silenziosa, immersa nell’acqua filtrata dai fluidi corporei dei visitatori stessi. Uno spazio vetrato sulla sinistra presenta dei tubi impazziti che spruzzano liquidi marrone sulle performer. La scena è cruda, difficile da guardare, eppure guardare è l’unica cosa che si può fare. Vien voglia di intervenire, e allo stesso tempo quel qualcosa di marrone ti blocca.
È il territorio che Luis Buñuel aveva esplorato in Il fantasma della libertà (1974), rovesciando i tabù corporali fino a renderli irriconoscibili, e che Kubrick aveva toccato in Eyes Wide Shut con la sequenza in cui Nicole Kidman è in bagno proprio per restituire una naturalezza intima che non appartiene alla grammatica del cinema commerciale. Holzinger porta quella stessa logica dentro un padiglione della Biennale, e il pubblico resta lì, telefono in mano, a chiedersi se stia guardando o partecipando.
Il collegamento con il Padiglione Lussemburgo all’Arsenale è immediato: Aline Bouvy presenta La Merde, un saggio cinematografico femminista che affronta la vergogna come costrutto sociale attraverso la figura di un essere-escremento che attraversa diverse fasi della vita, incarnando ciò che la società tenta di reprimere.
Il tema del corpo e della cura si declina in modo diverso al Padiglione del Giappone, dove Ei Arakawa-Nash, padre di gemelli, dispone 208 bambole di circa 5-6 chili ciascuna: ogni visitatore ne prende in braccio una e la porta con sé attraverso il padiglione, cambiandole il pannolino prima di uscire. Un codice QR attiva una poesia legata alla data di nascita assegnata alla bambola. Quello che sembra un gesto tenero è anche una critica alla retorica della guerra: i bambini, scrive l’artista, sono tra le prime vittime dei conflitti.
La stessa urgenza sul corpo femminile è presente al Padiglione Centrale: Buhlebezwe Siwani espone Zanenkosi e Ilifa lakhe, sculture scolpite in sapone verde, colore immediatamente riconoscibile per ogni famiglia sudafricana a basso reddito. Quel materiale povero diventa il modo per parlare della donna incinta, la gravidanza come tempo considerato improduttivo nella società. L’antitesi con gli idoli preistorici della Collezione Ligabue, dove la maternità era venerata come forza vitale.
Quella stessa collezione ora visitabile, grazie alla Fondazione Giancarlo Ligabue che ha aperto al pubblico il Palazzo delle Arti e delle Culture, splendido Palazzo Erizzo sul Canal Grande, con Collecto: un percorso di oltre 400 opere che attraversa 4,5 miliardi di anni di storia umana: dal meteorite pallasite tra i più rari al mondo alle Veneri preistoriche, dalla biblioteca mesopotamica con 250 tra bassorilievi e tavolette cuneiformi a Leonardo da Vinci, Tiepolo e Guardi, fino agli artisti contemporanei Arcangelo Sassolino, Nico Vascellari, Giorgio Andreotta Calò e Vera Lutter.
Il corpo attraversa anche la Biennale Off con Transforming Energy alle Gallerie dell’Accademia che, con la curatela di Shai Baitel, festeggia gli ottant’anni di Marina Abramović, prima donna artista vivente a ricevere una grande mostra in questo museo. Negli spazi della collezione permanente e in quelli temporanei, le sue opere storiche come la Pietà (with Ulay) in dialogo diretto con la Pietà di Tiziano convivono con i Transitory Objects: strutture in pietra con cristalli di quarzo e ametista incastonati per attivare quella che Abramović chiama una trasmissione di energia. Il corpo del visitatore diventa parte dell’opera: ci si sdraia, ci si siede, ci si ferma in silenzio. Si esce leggeri, con la sensazione di aver dedicato del tempo a se stessi. Necessario, in quei giorni.
L’importante è esserci…
C’è chi espone anche quando il proprio ministero rinuncia al padiglione. È quello che è successo a Gabrielle Goliath che, sebbene il suo video dedicato alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a Gaza nel 2023, fosse stato giudicato “altamente divisivo”, ha trovato spazio nella Chiesa di Sant’Antonin, a Castello, vicino all’Arsenale dove il padiglione ufficiale è rimasto chiuso.
E poi c’è chi sceglie Venezia durante la Biennale perché è il momento in cui il mondo guarda.
Dale Chihuly torna a Venezia trent’anni dopo Chihuly Over Venice con tre sculture in vetro alte fino a 9,5 m, tutte visibili dal Ponte dell’Accademia: la Gold Tower a Palazzo Franchetti, la Blue and Green Tower a Ca’ Balbi Valier, l’End of the Day Chandelier a Palazzo Querini alla Carità.
Solo nei giorni della vernice lo Studio DRIFT ha installato Shy Society sulla facciata di Palazzo Balbi: una costellazione cinetica di forme luminose in alluminio e LED sospese, che di notte sembravano meduse che pulsavano sull’acqua. E sempre in quei giorni, dall’isola di San Clemente, Chris Levine ha proiettato Higher Power: un raggio laser verde di derivazione militare riconvertita, abbastanza potente da essere stato rilevato dalla Stazione Spaziale Internazionale, visibile ogni sera con un messaggio scritto dall’artista sui social: “Make light, not war.”
Dentro e fuori la Biennale, in acqua e sui palazzi, nei padiglioni e nelle polveriere: tutto questo produce un effetto che Venezia sa generare come nessun’altra città al mondo: troppo da leggere per leggere tutto, abbastanza da capire che fermarsi vale sempre la pena.
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